Appunti
Il Passero
solitario fu composto
probabilmente a partire dal 1831. La sua struttura metrica è quella
della canzone libera in endecasillabi e settenari alternati. In questo componimento il
poeta opera un parallelo tra la sua solitudine ed esclusione esistenziale e quella di un passero, che in
primavera canta solitario. Centrale è anche un motivo tipico della produzione
leopardiana, ovvero il rimpianto di non godere della gioventù che
fugge.
Contenuto
Nella prima strofa della
lirica (vv. 1-16) Leopardi descrive un paesaggio
primaverile vago e armonioso. Da
questo quadro felice, in cui tutti gli esseri viventi condividono la gioia per
il ritorno della primavera,emerge il contrasto con il passero solitario, che "pensoso in disparte il tutto
mira" (v. 12; da notare la scelta dell’aggettivo “pensoso”, più adatto a un essere umano,
quale il poeta, che non a un volatile) e non partecipa a questa atmosfera di
felicità e rinnovamento, ma canta "finché non more il giorno" (v.3).
Dai vv. 17-44 si realizza il parallelo tra
la vita solitaria del passero, voluta e cercata per disposizione naturale, e
quella del poeta, che, come l'uccello, osserva in disparte la vita, che si
rinnova gioiosa in primavera, metafora abbastanza esplicita della giovinezza. Questo innaturale senso di
isolamento e il rifiuto di godere delle gioie dell'età giovanile non sono del tutto comprensibili a
Leopardi (v. 22: "io non so come”) e diventano il suo personale destino,
proprio nel momento in cui il poeta si mette a confronto con gli
altri giovani che si preparano a festeggiare l'arrivo della primavera (vv. 32-33: "La gioventù del loco |
Lascia le case, e per le vie si spande; | E mira ed è mirata, e in cor
s'allegra"). Il sole che tramonta e
"par che dica | che la beata gioventù vien meno" (vv. 43-44) porta
Leopardi ad affrontare la realtà: in futuro rimpiangerà il mancato godimento
della giovinezza, perché "Ogni diletto e gioco | indugio in altro
tempo" (vv. 38-39).
L'ultima strofa (vv.45-59) è incentrata ancora sul confronto tra il passero e l'autore: l'uccello, per sua natura, poiché vive
secondo l'istinto, non rimpiangerà il suo modo di vivere (vv. 46-49: "Del
viver che daranno a te le stelle, | certo del tuo costume | non ti dorrai, che
di natura è frutto | ogni vostra vaghezza"), mentre il poeta, se giungerà
alla dura età matura, sconsolato si volgerà indietro e si pentirà del passato.
Principali figure retoriche
·
Metafore: “more
il giorno” (v. 3); “di tua vita il più bel fiore” (v. 16); “a sera / del viver”
(vv. 45-46); “di vecchiezza / la detestata soglia” (vv. 50-51);
·
Metonimia: “la
gioventù del loco” (v. 33) (= i giovani)
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